**Capitolo 3: La Necessità di un Cappotto (E di un Nuovo Pavimento)** La mattina dopo, la situazione era degenerata in una crisi di moda e igiene. Elira, ora alta forse cinque metri (aveva rotto il soffitto in due punti camminando), stava cercando di coprirsi con la tenda del salotto, che le arrivava a malapena alle ginocchia. "Lorenzo," tuonò, e il suono faceva vibrare il mio *bladder* già provato, "ho bisogno di un cappotto. E di vestiti. Non posso affrontare l'Apocalisse con un telo di velluto bordeaux addosso."
Io, nel frattempo, stavo spalando letteralmente la moquette bagnata, con l'aria rassegnata di un uomo che ha accettato il proprio destino di lavapavimenti personale di un'entità cosmica. Avevo anche provato a chiederle perché non usasse i suoi nuovi poteri per creare abiti, ma lei aveva risposto con un'alzata di spalle che aveva generato una corrente d'aria tale da spegnere tutte le candele. "Sarebbe di cattivo gusto, Loren. Un'entità della mia statura deve supportare l'economia locale, anche se in una taglia... unica."
Fuori, i lampioni si spegnevano al suo passaggio. Era una cosa pazzesca. Per strada la gente si allontanava con facce pallide, e un vigile urbano aveva provato a multarci per 'ingombro di carreggiata', ma aveva desistito dopo che Elira gli aveva dato un'occhiata che aveva trasformato il suo fischietto in un piccolo cristallo di sale. "Metti il vestito più scuro che hai, Loren. E non piagnucolare. Andremo al centro commerciale. Ho sentito che hanno appena ricevuto una spedizione di trench-coat extra-large."
**Capitolo 4: L'Assalto ai Vestiti XXL (E al Buonsenso)** Il viaggio verso il centro commerciale fu l'esperienza più surreale della mia vita, e fidatevi, questo è un bel primato. Non avevamo un'auto abbastanza grande, quindi Elira si limitò a camminare, con me aggrappato al suo stivale (un 48, ricordate, che ora sembrava una gondola veneziana) come un patetico parassita. Ogni suo passo faceva tremare le vetrine.
Arrivammo al reparto taglie forti. Elira non poteva entrare nel negozio. Era troppo alta. Rimase fuori, con la testa che sfiorava il tetto del centro commerciale, mentre io, con le gambe tremanti, facevo la spola con una pila di vestiti giganti. Lei li esaminava con un dito lungo tre metri. "No, troppo beige. No, il poliestere è volgare per una Dea Oscura. Quello, il nero. Sembri un piccolo insetto che porta la mia seta," mormorò con un tono che era metà apprezzamento, metà minaccia.
Trovammo un trench-coat nero, di un tessuto lucido e minaccioso, taglia 8XL. Per lei sembrava un bolero elegante. "Perfetto," disse, e l'aura oscura che emanava si intensificò leggermente, facendo appassire una siepe ornamentale nelle vicinanze. "Sembro... professionale." In quel momento, una bambina si avvicinò e le offrì un gelato. Elira, la Dea Oscura, si raggelò, il suo volto di porcellana si incrinò in un'espressione confusa.
"Oh, è per te, signora gigante!" disse la bambina, allegra. Per un attimo, vidi una traccia di *vecchia* Elira nei suoi occhi. Quella che amava il gelato. Lei sorrise, un sorriso strano, come se avesse dimenticato come si facesse, e accettò il cono. Poi, con un solo boccone, inghiottì il gelato, il cono e forse anche un pezzo del cemento armato. "Grazie," mormorò, e la sua voce era leggermente più umana. "Ma ora ho ancora fame."
**Capitolo 5: La Confessione e l'Ascensione (Finale Tragicomico)** Tornammo a casa. Era chiaro che i vestiti extra-large non avrebbero colmato il vuoto nel suo cuore da Dea Oscura. Quella sera, Elira era seduta sul tetto del palazzo, i piedi appoggiati in strada, con l'aria di chi aspetta un taxi intergalattico. Io ero salito con una scala dei pompieri rubata (ero in preda al panico, ok?) e mi sedetti accanto al suo stivale.
"Elira," dissi, la voce che mi usciva in un acuto patetico. "Mi manchi. Mi manca la nostra vecchia vita. Le patatine, i reality, il tuo smalto scheggiato..." Mi feci coraggio. "Non devi dominare il mondo. Possiamo ordinare una pizza. Quella ai funghi che ti piace tanto." Lei mi guardò dall'alto, e nei suoi occhi non c'era più Elira. C'era solo l'abisso.
"Lorenzo," rispose, e la sua voce non tremava, *faceva* tremare l'aria stessa. "Io *sono* il dominio. Sono la bellezza cosmica e la fame insaziabile. Ma... grazie per la pizza. L'avrei mangiata. Tutta." Si alzò lentamente, la sua sagoma oscura contro le stelle. "Addio, mio caro, patetico scudiero. Trova un nuovo hobby. E, per l'amor del cosmo, metti dei pannoloni."
Poi, successe la cosa più tragica e comica di tutte. Nel suo slancio verso l'alto, la Dea Oscura inciampò nel cavo dell'antenna parabolica del palazzo, tirandolo con sé. Ci fu un rumore assordante di metallo strappato e cemento che si sbriciolava. Elira svanì tra le nuvole in un lampo di luce smeraldo e rabbia.
Io rimasi sul tetto, seduto in mezzo ai detriti dell'antenna parabolica, con l'odore di ozono e di pizza ai funghi (che avevo portato con me come 'ultima risorsa') che mi riempiva le narici. Lei era andata, in una gloria cosmica interrotta da un incidente domestico. Il mondo non era stato distrutto. Era solo in ritardo con le bollette. E io? Beh, avevo ancora i suoi vestiti 8XL. Decisi di usarli come sacchi a pelo. Eravamo sopravvissuti, io e le mie nuove... abitudini. E non mi ero nemmeno fatto la pipì addosso in quel momento. Aspetta. Forse sì. In fondo, le abitudini sono difficili da rompere.